Oggi siamo partiti ed abbiamo iniziato a percorrere le rive del Sognefjord, riprendendo la Scenic Route Sognefjellet. Ma ad un tratto avvisto un cartello che indica la Stavkirke di Urnes patrimonio UNESCO. Così non capisco più niente e dirotto Pagghiu, svoltando sull’altra sponda del fiordo. Peccato che il percorso sia un viottolo a doppio senso di circolazione.
E per tutti i 30km che ci separano dalla antica chiesa norrena, Chiara non mi nasconde il suo disappunto e la sua preoccupazione. Soprattutto quando ci dobbiamo infilare in strettissimi tunnel scavati nella roccia e privi di illuminazione.
La chiesa è molto particolare, la più antica di tutta la Norvegia e ben conservata anche all’interno, oltre che a trovarsi in un punto davvero panoramico con vista sulle acque verdi del fiordo. Un giovanotto allampanato con i baffoni calanti ci spiega bene tutto quanto, rendendo la visita anche piuttosto didattica, il che è bello ed istruttivo. Ad esempio, lo sapevate che le stavkirke sono così scure perché sono incatramate per renderle impermeabili e resistenti alle intemperie, esattamente come si faceva con gli scafi delle navi vichinghe? E hanno infatti un odore simile a quello dell’incenso, visto che è una pece che si ottiene facendo cuocere le resine vegetali.





Riprendiamo la nostra strada che dovrà ancora una volta arrampicarsi sui monti, portarci in quota e poi discendere verso Lom. Anche sta volta, percorrere questi pochi kilometri (108), ci richiede svariate ore, a causa dei paesaggi stupendi e degli ampi spiazzi a bordo strada, che ci richiamano come sirene irresistibili.
Ormai ci siamo innamorati di questo tipo di paesaggio: immensi altopiani, incorniciati da creste frastagliate e chiazzate di ghiaccio e neve, scogli a perdita d’occhio che emergono da un mare di muschio e fiorellini colorati e poi le decine di specchi d’acqua che riflettono il cielo e le nuvole in continuo mutamento. Scatto tantissime foto e non so nemmeno quali scegliere, sapendo già che nessuna potrà rendere l’emozione che ho provato, nel trovarmi lì in mezzo a quello scenario, senza anima viva, sentendo solo il rumore dei propri passi sul muschio, del vento… e del continuo battibeccare e ridacchiare dei miei figli.








Lungo la strada troviamo le solite pecore che stazionano in mezzo alla carreggiata, una addirittura prova ad assaggiare la ruota posteriore di Pagghiu, mentre raggiungiamo un grande centro visitatori, relativo ad uno degli accessi all’enorme parco nazionale di Jotunheimen.
Facciamo una camminata anche qui, scattiamo millemila foto e capiamo sempre di più perché si chiami Jotunheim, ovvero casa (heim) dei giganti (jotun). Il luogo offre un senso di immensità e le montagne, coperte di ghiacci dai riflessi blu, sembrano effettivamente immense creature addormentate su letti di muschio.





Arriviamo a Lom, ormai alle 18. La cittadina sembra una località di villeggiatura montana, con tante caffetterie, ristoranti, hotel e negozi. Qui le case non sono bianche e rosse, come quelle sulla costa, ma di un marrone scuro che fa più montanaro. Coincidenza anche qui c’è una Stavkirke, che sorge in mezzo ad un bel prato curato in mezzo alle lapidi di un piccolo cimitero. Ma questa ha la particolarità di avere i caratteristici “cornini” a foggia di drago, che ricordano le polene dei drakkar. Questa vince il trofeo della chiesa più vichinga del viaggio.



Facciamo un po’ di spesa ed il pieno, prima di proseguire ancora un pezzetto fino ad una area sosta sulle rive di un bel laghetto. Qui ci piazziamo, prepariamo una bella carbonara mentre assistiamo ad un tramonto infuocato che si riflette nelle placide acque.

