Saliamo al Nigardsbreen

Ci svegliamo con il sole e qualche nuvoletta bassa sul laghetto. Decidiamo di partire e fare colazione lungo la strada.

Ci fermiamo dopo poco ad una bella area sosta su un torrente, da cui partono svariati sentieri di passeggiate, che conducono alle numerose cascate della zona. Noi facciamo un giretto di qualche minuto, attraversando un ponticello di metallo sulle rapide.

Poi continuano a salire sul Gaularfjellet e intuiamo che Fjellet significa “montagna”. In effetti tutte queste strade qualcosa-fjellet, sono tutti dei passi montani.

La vegetazione inizia a farsi sempre più bassa e finalmente troviamo una piazzola in riva ad un laghetto a specchio con un comodo tavolo. Scatta il momento prima colazione.

ATTENZIONE: il kulturmelk è una specie di panna acida densa, da usare per cucinare dolci. Nella tazza, la mattina con i cereali, fa un po’ schifo. Il latte intero si chiama Helmelk, e quello scremato Lettmelk.

La strada prosegue, con solite soste continue per foto e filmati dai finestrini. Ad un certo punto arriviamo ad uno spettacolare spiazzo panoramico con tre punte di cemento, da cui ammirare la valle sottostante e la strada dai mille tornanti che dovremo percorrer per scendere al Sognefjord. Questo è il fiordo più lungo di Norvegia con i suoi 204 km.

Costeggiamo il fiordo fino a Balestrand, paesino molto grazioso su un promontorio del fiordo e località di villeggiatura scelta addirittura dal Kaiser Guglielmo Secondo.

Purtroppo questo ha consacrato il paese come “luogo del kaiser”.

Qui facciamo una veloce spesa e poi andiamo a prendere il traghettino per la riva opposta. I ragazzi approfittano per mangiarsi un hotdog. In tutti i traghetti, c’è il bar con panini caldi, e Domenico adesso vuole sempre traghettare.

Andiamo avanti, lungo le rive del fiordo fino a Gaupne e da lì iniziamo a risalire, costeggiando un impetuoso torrente verdino. Resistiamo a fermarci perché ormai sono quasi le 15 e vogliamo arrivare a Nigardsbreen, ovvero una delle lingue più accessibili dell’enorme ghiacciaio Jostedalsbreen, il più grande dell’Europa continentale (Islanda esclusa in pratica).

Arriviamo al parcheggio sul laghetto glaciale e scendiamo al pontile da cui partono i motoscafi che conducono al punto di partenza della passeggiata. Dalla barca, osservare attorno a noi la conca scavata dal ghiacciaio è impressionante, decisamente immensa, inoltre dalle sue alte pareti quasi verticali scendono svariate cascate che confluiscono nel lago.

Risaliamo il ripido percorso, camminando sulle rampe di roccia levigate dal ghiaccio, mentre accanto a noi romba il torrente, alimentato dal ghiacciaio.

Durante la salita, incrociamo le comitive delle escursioni con guida, che scendono con piccozza, casco e ramponi. E ci ripromettiamo di provare questa esperienza, la prossima volta.

Nell’ultimo tratto si passa su un ponticello che attraversa le rapide del torrente appena nato, ed infine si giunge alla parete bianca/azzurrina, recintata per ragioni di sicurezza. Il vento soffia abbastanza forte e freddino a questa altezza, ma si sta comunque bene con una giacchetta a vento leggera o una soft shell, fin quando c’è il sole.

Il momento è emozionante, l’ambiente del ghiacciaio visto ad un’altitudine così bassa, vestiti leggeri e senza problema di aria rarefatta è qualcosa di particolare. Mi viene da chiedermi, se tra qualche anno il ghiaccio si sarà ritirato ancora più in alto, visto il caldo che fa.

La vista del catino dall’alto mozza il fiato, con tutti i mille rivoli dei ruscelli e cascatelle che scorrono lungo le pareti. Ormai si sono fatte le 17 e non possiamo soffermarci oltre, perché l’ultimo passaggio in barca parte alle 17:30.

Torniamo a Pagghiu, appena prima che il sole sparisca dietro ad una parete, mettendo in ombra la valle. Ci rimettiamo in moto alla ricerca di una piazzola carina dove fermarci, ma fortunatamente la troviamo quasi subito, sulle rive del torrente.

Approfittiamo dell’esserci fermati prima del solito per fare un bucato di biancheria e fare una cosetta di lavoro. Poi aperitivo e cena con pasta al pesto.

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